SOROS–ROMA–UNICREDIT: LE STIME SULLA BANCA INFLUIRANNO SULLA DECISIONE?
Moody's, una delle principali agenzie specializzate sugli studi dei rischi nel settore finanziario, taglia l’ outlook di Unicredit (la prospettiva finanziaria, ndr) da stabile a negativo.
È questa la notizia che non avrà fatto sicuramente piacere ai vertici di Unicredit. E nemmeno a quelli di Via di Trigoria.
Infatti, stando sempre alla Agenzia di rating, la valutazione sarebbe passata ad Aa2 per il debito senior e quello a lungo termine sui depositi, ed a B- quello di solidità finanziaria dello stesso gruppo bancario milanese e delle sue collegate Banca di Roma e Bipop Carire.
La variazione, spiega sempre Moody’s, prende in considerazione la 'modesta' adeguatezza patrimoniale e riflette il timore che 'i livelli di capitalizzazione non si rafforzino a sufficienza o, addirittura, possano indebolirsi a fronte di potenziali ulteriori svalutazioni sull'esposizione nei crediti strutturati, leveraged buyout (ovvero l’acquisto del pacchetto di maggioranza di una società, effettuato ricorrendo all’indebitamento) o altre aree di rischio.
Moody's afferma che 'anche se l'esposizione di Unicredit e' inferiore a molti altri gruppi bancari europei, è comunque significativo, e il gruppo sarebbe vulnerabile qualora dovessero rendersi necessarie ulteriori svalutazioni, così come si e' reso necessario a livello di primo trimestre a fronte di condizioni di mercato deterioratesi.
Moody's, che monitorerà la situazione sul fronte delle eventuali svalutazioni, riconosce tuttavia che Unicredit continua a mostrare una generazione di utili solida e diversificata, nonché un positivo livello di redditività e buone misure di efficienza. Tra gli elementi positivi anche il buoni progressi nell'integrazione con Capitalia.
Ora, resta da capire in che modo questa prospettiva possa influenzare le scelte e gli interventi del gruppo milanese, nella trattativa che li vede protagonisti, insieme ai Sensi, nella possibile cessione dell’asset A.S. Roma ad un qualunque “soggetto terzo”, come amano dire quelli bravi, che stilano comunicati quotidiani da Trigoria.
Va da se, che in una simile situazione e pur con una valutazione positiva nella generazione di utili, il gruppo di Profumo non potrebbe permettersi ulteriori scivoloni finanziari, in particolare a seguito dell’acquisto, da parte della stessa Unicredit, di HVB (Bayerische Hypo-und Vereinsbank, ndr).
Ed è proprio in questa direzione, che si biforca la vicenda della cessione della A.S. Roma, o la sua permanenza in mani italiani. Magari con la compartecipazione di nuovi soci.
Infatti, il boccone goloso legato all’edilizia pubblica, privata e commerciale, che gravita attorno alla gestione della società e che è legata a doppio filo a quella della costruzione di un nuovo impianto di gioco e di un nuovo centro di allenamento, hanno risvegliato le attenzioni di molteplici soggetti attualmente esterni alla dirigenza capitolina, ma, comunque, legati alla stessa da vari vincoli.
Gli interessi principali, potrebbero riguardare anche la cessione, da parte della Santa Sede, di terreni di sua proprietà, dislocati nell’area di Roma Nord ed attualmente inutilizzati.
L’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, il ministero del Tesoro vaticano), infatti, gestirebbe un patrimonio immobiliare di circa 700/ 800 milioni di euro e vedrebbe benissimo una minima dismissione degli stessi a soggetti in grado di remunerarli in relazione all’attuale ed elevatissimo valore di mercato. Ma questo discorso, si discosterebbe di gran lunga dalla disponibilità comunicata dalla nuova giunta comunale capitolina, di una cessione onerosa di terreni all’interno o nelle immediate vicinanze del Raccordo. Soprattutto in ordine alla cifra che il comune richiederebbe alle parti interessate e che sarebbe di gran lunga inferiore a quella di una contrattazione privata con la Santa Sede.
Santa Sede che, direttamente o di riflesso, a questo punto, sembra essere interessata alla partita della cessione della A.S. Roma.
Allo stesso tempo, Unicredit vorrebbe capitalizzare al massimo la questione, sia che la proprietà resti ai Sensi, sia che avvenga il passaggio di mano.
Sotto questo aspetto, anche la Banca Finnat Euramerica potrebbe essere della partita. Il gruppo bancario di Giampietro Nattino, infatti, è vicino alle istituzioni pontificie allo stesso modo della famiglia Sensi e vanta, all’interno del proprio Consiglio di Amministrazione, la presenza di Francesco Caltagirone, eventualmente interessato alle sfaccettature edilizie legate alla cessione. Il tutto avrebbe portato Banca Finnat, ad un opera di convincimento nei confronti della famiglia Sensi, ritenendo la cessione alla Soros Fund Managment, la soluzione maggiormente remuneratoria per tutte le parti in gioco. Soprattutto per il rientro di buona parte dei debiti che la ItalPetroli deve rifondere al gruppo bancario di Profumo, il quale, alla luce anche della valutazione di Moody’s, non potrebbe più permettersi attese o passi falsi.
Sembra, infatti, che la stessa società di revisione della Holding di riferimento, la Pricewaterhouse Cooper, allo stato attuale delle cose, non voglia certificare con riserva il bilancio, cosa già accaduta in passato.
Ciò, non significa una esclusiva esposizione delle parti verso una cessione del solo asset A.S. Roma, in quanto tutti sono disponibili anche ad una permanenza di casa Sensi, ma entrando a pieno titolo nella partita della costruzione di un nuovo impianto, con tutto ciò che ne concerne.
Dal punto di vista edilizio, infatti, i terreni di Torrevecchia, divenuti edificabili, avrebbero un richiamo irresistibile sulle parti e soprattutto sui vertici Unicredit e basterebbero da soli a coprire per intero il debito di ItalPetroli.
Una stima ufficiosa del valore, parla di 500 milioni di euro circa, senza contare gli introiti derivanti dallo sfruttamento commerciale dell’area dell’eventuale stadio, che Rosella Sensi ha posto come punto fermo per una simile operazione. In pratica, la cessione dei terreni, darebbe vita ad un valzer che azzererebbe il debito, porterebbe un utile immediato alla holding e garantirebbe la gestione e la proprietà del solo stadio polifunzionale alla famiglia Sensi, mentre tutto il resto sarebbe appannaggio degli investitori privati, che verrebbero coinvolti nella edificazione della zona, stadio compreso.
Queste sarebbero le basi poste dalla famiglia Sensi e che Unicredit starebbe vagliando. Con un occhio sempre vigile da parte di Finnat e due sempre spalancati da parte di tutti i costruttori romani.
Domanda: in tutta questa situazione complessa, qualcuno ha pensato ai tifosi? Qualcuno si ricorda che sarebbero loro i primi fruitori di aree polivalenti? Qualcuno ha pensato che, a parte lo sfruttamento da edilizia privata e pubblica, l’area avrà un senso economico solo se i tifosi ne fruiranno?
Risposta: certo che ci hanno pensato. E proprio per questo, l’area di riferimento dello stadio dovrebbe essere dotata di centro commerciale, ristoranti, cinema ed impianti sportivi pubblici e privati, in modo da rendere la A.S. Roma assolutamente separata dagli umori della piazza.
Una simile edificazione, porterebbe la maggior parte dei guadagni e degli attivi di bilancio alla holding di riferimento e lascerebbe alla discrezionalità del gruppo dirigente di ItalPetroli, la decisione sugli investimenti dell’asset Roma. Ergo, la minaccia “non mi abbono più”, oppure “disdico sky e mediaset” non avrebbero più effetto (se mai ne hanno avuto uno).
È ovvio che anche per la Soros Fund Managment, la Roma sarebbe solo un investimento. Ma mentre per la ItalPetroli diventerebbe un solo asset del gruppo, per gli americani sarebbe lo strumento di maggiore visibilità in cui investire per generare utili e rientri.
Io mi astengo da ogni considerazione e lascio ai tifosi ogni commento. |